Nel secondo libro del De virginibus di Sant’Ambrogio, il santo si rivolge alle donne consacrate nella verginità e si sofferma sull’esempio, molto antico, della vergine e martire Tecla. Essa è infatti ricordata negli antichi manoscritti greci degli “Atti di Paolo e Tecla”, un testo apocrifo composto da un presbitero dell’Asia Minore tra il 185 e il 195, come vergine, santa, protomartire e discepola dell’apostolo Paolo, conosciuto a Iconio durante il suo viaggio missionario .
Alle vergini consacrate il vescovo sant’Ambrogio propone Tecla come modello di fede e di costante perseveranza nell’amore del Salvatore:
“Maria vi insegni una regola di vita, Tecla vi sia maestra nel sacrificio” (De Virginibus, II, 3, 19).

A partire dunque da sant’Ambrogio, Tecla ebbe nella Chiesa di Milano un culto particolarmente vivo, a differenza della Chiesa romana e a somiglianza con le Chiese d’Oriente.
Il nome di questa martire è infatti iscritto fin dai tempi antichi nel canone della Liturgia ambrosiana.
Secondo la tradizione, Santa Tecla di Iconia era una discepola di San Paolo, ma non si conosce né la sua data di nascita né quella della sua morte. Incominciò a seguire il santo quando venne a predicare nella sua città natale, e dopo la sua conversione si sottrasse ad un matrimonio combinato. Quando sua madre lo seppe, istigò il governatore della città a condannarla a morte, ma venne salvata per miracolo dal rogo, ed in seguito si recò da Paolo per ricevere il battesimo e seguirlo.
Insieme si recarono in Antiochia, dove il siriarca Alessandro si invaghì di lei, ma Tecla lo respinse e lui la condannò dandola in pasto alle fiere, ma tuttavia, si salvò anche questa volta. “In mezzo ai leoni la vergine esultò e contemplò intrepida le fiere ruggenti.” (Sant’Ambrogio).
Dopo essersi ricongiunta a Paolo, continuò a convertire le genti in Asia, fino alla sua morte, che avvenne a Selucia.
Il suo culto
Santa Tecla viene venerata sia dalla chiesa cattolica che da quella ortodossa, ed in Italia ci sono suoi santuari sia a Milano che in Puglia; in tutto il mondo ci sono dipinti, statue e lapide dedicate a lei. Quasi sempre, viene ritratta con leoni e altre bestie al suo fianco.

La basilica di Santa Tecla e il Duomo di Milano

La basilica di Santa Tecla fu un’antica basilica paleocristiana di Milano, oggi non più esistente, che si trovava su quella che è ora piazza del Duomo, di fronte all’odierna Cattedrale. Fu realizzata nel 350, ovvero negli anni immediatamente successivi all’Editto di Costantino del 313, nel periodo in cui Mediolanum (la moderna Milano) era capitale dell’Impero romano d’Occidente (ruolo che ricoprì dal 286 al 402).
La basilica fu demolita nel 1461 per poter permettere la costruzione del Duomo di Milano. I suoi resti si possono vedere nel mezzanino della stazione Duomo della linea M1 della metropolitana.


La Parrocchia che unitamente al Capitolo Metropolitano cura la vita liturgica e pastorale del Duomo di Milano, conserva il titolo a Santa Tecla.
Il teschio di Santa Tecla
L’altare di Santa Tecla (fine del sec. XVI) nel transetto sinistro del Duomo, esibisce una pala che rappresenta la santa fra i leoni, scolpita da Carlo Beretta, al cui interno è presente un’urna di vetro contenente la preziosa reliquia del cranio di Santa Tecla.


La vetrata di Santa Tecla

La vetrata del Duomo di Milano dedicata alla santa, è visibile osservando la controfacciata della Cattedrale, ed è la prima da sinistra. Fu eseguita da Pietro Bagatti Valsecchi su cartone del pittore Mauro Conconi (1860). Il finestrone, in stile romantico, raffigura il martirio di Santa Tecla, che fu sottoposta al supplizio dei leoni.
Il rito del Faro
Ogni anno nella solennità di Santa Tecla che è Patrona della Parrocchia della Cattedrale (23 Settembre), all’inizio della Santa Messa capitolare, si compie uno dei riti più suggestivi della liturgia ambrosiana: il rito del faro.
Questa usanza deriva certamente da una tradizione più antica, risalente probabilmente al VII secolo e, in ambito milanese, almeno al XII secolo.
All’epoca durante le celebrazioni più importanti veniva acceso un ‘pharus’, un lampadario con lumi disposti a corona, sopra ai quali era posto un anello di bambagia che, bruciando, trasmetteva il fuoco alle singole lampade. Questo simboleggiava il trionfo e la gloria dei martiri, e nel caso del Duomo di Milano il rito allude al sacrificio della vita da parte della martire Tecla.
