Fede Galizia

Fede Galizia nacque a Milano nel 1578, figlia del pittore miniaturista trentino Nunzio Galizia. Inizia a lavorare ancora bambina nella bottega del padre, che aveva notato il suo incredibile talento naturale. Fede fu precocissima, già all’età di dodici anni era considerata un’artista formata, tanto da essere menzionata dal pittore e teorico d’arte dell’epoca Gian Paolo Lomazzo.

Il pellegrinaggio sulle orme delle opere di Fede Galizia a Milano, ci porta prima di tutto nella chiesa di Sant’Antonio Abate, in Via Sant’Antonio 5. Per questa chiesa la pittrice dipinse San Carlo che regge la croce con il Santo Chiodo (oggi esposto nel Museo del Duomo). La tela, sul cui sfondo si nota il Duomo di Milano come doveva apparire all’inizio del XVII secolo, descrive un evento avvenuto il 5 ottobre 1576, vale a dire l’ultima delle tre processioni indette da San Carlo Borromeo per favorire la fine della peste. Il Santo avanza sommessamente con una fune al collo ed il capo coperto come un condannato a morte e il suo volto scarno e stanco contempla il Sacro Chiodo che si trova dentro la teca della Croce. E’ una immagine di intenso patimento, che viene enfatizzata dal particolare del piede in cui la ferita insanguinata rimanda ad un incidente avvenuto durante la prima processione.

Presenti nella chiesa di Sant’Antonio abbiamo due tele: un Sant’Antonio abate e un San Paolo Eremita, nell’abside ai lati del finestrone sulla parte di fondo del coro. Le due figure sono dunque separate, ma vanno lette come un’unica opera. A destra la pittrice raffigura Sant’Antonio (al quale la Chiesa è intitolata), vestito con l’abito caratteristico del suo ordine monastico. A sinistra abbiamo un altro santo eremita, San Paolo di Tebe. Entrambi i santi appartengono alla tradizione della Tebaide, nel cui deserto si ritirarono durante i primi secoli del cristianesimo i primi eremiti ed anacoreti cristiani. Entrambi raffigurati con lunghe barbe bianche, in questi due dipinti la pittrice ha voluto avvicinarli nel medesimo atto. Sant’Antonio infatti fu avvertito in sogno dell’ esistenza di San Paolo e si mosse a cercarlo nel deserto. Il loro incontro fu bellissimo, due santi che mettevano in comune le loro esperienze ascetiche. San Paolo era quotidianamente aiutato da un corvo nero che ogni giorno gli portava come unico nutrimento un pezzo di pane. Il giorno in cui i due santi si incontrarono, lo stesso corvo portò un pezzo di pane in più, ed è così che Galizia li dipinge: nell’atto di ringraziare la Provvidenza per questo dono, ognuno con in mano la propria pagnotta.

Nela vicina chiesa di Santo Stefano Maggiore era conservato un Noli me tangere, ora presso la Pinacoteca di Brera.

La pala fu realizzata per l’altare maggiore della chiesa pubblica di Santa Maria Maddalena di Milano. A seguito della soppressione del monastero avvenuta il 19 ottobre 1798 e della successiva distruzione della chiesa, il dipinto pervenne alla chiesa di Santo Stefano nel 1889, quando la pala fu adattata alla nuova collocazione con un ampliamento superiore centinato.
Ritirata nel 2009, grazie ad un intervento di restauro le furono restituite misure più vicine a quelle originali.

La scena rappresenta il “Noli me tangere”, una iconografia che si inserisce nella narrazione della Resurrezione di Cristo, tanto affascinante quanto misteriosa. L’episodio infatti è descritto nel Vangelo di Giovanni e racconta come Maria Maddalena, alla vista di Cristo stante fuori dal Sepolcro, cercò di avvicinarsi a Lui e di toccarlo; allorché il Figlio di Dio, risorto dalla morte, le rispose “Noli me tangere”, locuzione latina che può essere tradotta con la frase “Non mi toccare”. 

La figura di Cristo avvolta dalla luce alza le mani in segno di ritrosia, mentre la Maddalena inginocchiata Lo adora. Quest’ultima sfoggia una capigliatura calda e dorata e un ricco abito i cui sgargianti ricami sono restituiti con minuzia di dettagli. Il linguaggio naturalistico, tipico della pittura lombarda, emerge altresì dai particolari del paesaggio e della natura, come le diverse specie di fiori e i simpatici coniglietti che scrutano la scena sulla destra, vicino al Risorto e non lontano dal cartiglio in cui la pittrice orgogliosamente appone la sua firma.

Proseguendo ci dirigiamo presso il Museo Diocesano, in Piazza Sant’Eustorgio, 3, dove troviamo un Cristo nell’orto degli ulivi,  un’opera che più di un arcivescovo milanese pose davanti agli occhi nelle veglie notturne. Ispirata a un celebre dipinto del Correggio, questa tavola rivela un’atmosfera splendida nello scorcio dell’angelo, luminosa nel volto del Messia.

Infine la Pinacoteca Ambrosiana, Piazza Pio XI, 2, dove ci attende il ritratto, di brutale e affascinante realismo, di Paolo Morigia. Quest’opera ì fu dipinta per la chiesa milanese di San Gerolamo e fu donata all’Ambrosiana nel 1670. 

Paolo Morigia fu uno storico appartenente all’ordine dei Gesuati. Un dettaglio del dipinto che dimostra l’abilità tecnica e anche la fantasia di Fede Galizia è il riflesso delle finestre sulle lenti degli occhiali: si pone a metà strada fra Van Eyck e il verismo ottico lombardo. Un piccolo, grande “miracolo”, come lo definivano gli stupiti commentatori dell’epoca, operato da Fede Galizia, prodigiosa amazzone della pittura. Grande espressività nella labbra serrate: è un tocco di realismo, derivato dall’arte di Giovanni Battista Moroni e anche dagli studi di fisiognomica particolarmente fiorenti in Lombardia, grazie all’intuito di Leonardo da Vinci.

Fede Galizia, una donna che riuscì a farsi valere in un mondo maschile come quello dell’arte, condusse una vita quasi segreta, povera di avvenimenti importanti, mai sposata, nessun figlio, si dedicò pienamente all’arte.
Morì di peste a soli 52 anni, di cui quaranta dedicati alla pittura.

Busto di Fede Galizia sulla facciata di Palazzo Ranzi, a Trento

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